Lasciatemi!
Non mi fermerete
Che io menta
O abbia ragione,
non potrei essere più calmo.
Guardate:
hanno di nuovo decapitato le stelle
e insanguinato il cielo, come un mattatoio!
Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!
Sordamente.
L’universo dorme,
poggiando sulla zampa
l’orecchio enorme con zecche di stelle.

Vladimir Majakovskij

   

gianmaria nerli

da FRANCO IONDA, ECCE HOMO XXI  - ed. Edimond  - 2007

Del resto le stelle decapitate nascono dall’incontro con Majakovskij, e dalla sua invettiva verso un cosmo liberato da antiche autorità ma anche sciolto da ogni vincolo umano: «guardate:/ hanno di nuovo decapitato le stelle/ e insanguinato il cielo, come un mattatoio!» È lo smarrimento dei nostri corpi che non trovano più dimensione, orizzonte, orientamento, che interessa tanto al poeta che all’artista; è lo smarrimento del pensiero che non riesce più a elaborare spazi, forme, tempi, dinamiche di accesso e interazione per il corpo umano che incatena Ionda e lo spinge a ipotizzare una mappa, a catturare un riflesso di questo cielo rovesciato. E infatti, è la risposta allo smarrimento la vera molla intellettuale di queste composizioni, che si muovono tra pittura, scultura, tecnica di riproduzione seriale; e che sembra vogliano contenere e assemblare le molteplici dimensioni del mondo sensibile, dei suoi discorsi, delle sue ideologie, di quelle stesse idiosincrasie d’artista che le completano. Di fatto, pur nell’equilibrio compositivo, è l’attrito tra lo stato di possibilità e la menzogna che regola l’universo di queste opere; perché anche qui, come per Majakovskij, «sordamente./ L’universo dorme,/ poggiando sulla zampa/ l’orecchio enorme con zecche di stelle». Solo che nei quadri di Ionda l’allegoria si allarga, si fa inevitabilmente più complessa; alle zecche di stelle si uniscono altre immagini ricorrenti, le fitte corone di chiodi, i chiodi stessi a cascata, le tracce di una scrittura che si sgretola, le teste ridotte a due dimensioni. Ma questo ormai è un universo che non ha più tempo di dormire sulle sue melanconie: le zecche di stelle, i chiodi, le corone, i lacerti di scrittura, le teste schiacciate non sono più sulla soglia della comprensione, non sostano più sul dubbio dell’intenzione; hanno già oltrepassato l’orecchio, e ormai si fondono senza scandalo alcuno con la pasta dell’universo stesso; con il grande universo che forma l’orizzonte del cielo, e che è poi anche il nostro universo interiore, il nostro buio consumato dal chiarore e dai sedimenti di una civiltà di stelle spezzate, chiodi puntuti, linguaggi calcificati.

Fabio Cavallucci

da ARTE – MENSILE DI ARTE E CULTURA – Quando Ionda decapitò le stelle - 2001

È un «dipingere senza dipingere», dice l’artista, che mira a recuperare una parvenza di manualità attraverso una tecnica meccanica. In altri casi lo stesso effetto è prodotto invece da un lento lavoro di pennarello, con cui Ionda simula il retino tipografico. Ma se il procedimento può ricordare Lichtenstein o Polke, il risultato è molto diverso, nel pop americano emerge un’atmosfera ironica e leggera, nel tedesco una verve grottesca e irridente, in Ionda un senso di dramma sublimato.....

Bruno Cora'

da LIBERTA’ PROVVISORIA - Irradiazioni, Museo Pecci Prato, ed. Maschietto e Musolino - 1997

La valenza ideologica di un procedimento di trascrizione iconografica come quello ideato e realizzato da Ionda, dà per scontata tutta la precedente formulazione ritrattistica, dalla raffinata e glaciale pittura di Gerhard Richter fino alla superficiale impronta in serigrafia di Andy Warhol. Ma ad altro è orientato concettualmente Ionda, ad un limbo di possibilità residua di riprendere un progetto sull’ente che ha nell’identità delle scelte, del “dove” e del “come” esserci, il suo mai abbandonato fulcro. […] È da quella posizione che l’attuale osservazione verso cosa valga la pena di dirigere lo sguardo ed il pensiero, lo induce a traguardare l’altro/gli altri. Ma ognuno di quei ritratti non è magrittianamente la persona a lui nota, quanto la sua piatta sostituzione d’identificazione, secondo gli stereotipi che un’icona meccanica residuale consegna all’archivio del vivente/assente.

Alberto Fiz

da LIBERTA’ PROVVISORIA - Irradiazioni, Museo Pecci Prato, ed. Maschietto e Musolino - 1997

«Minimal ed ascetiche» sono, indubbiamente, le due parole chiave per comprendere
la specificità del lavoro realizzato dall’artista. Le sue stelle in legno ed alluminio
contengono già una prima dualità nell’uso del materiale: a sorpresa sono leggere
come piume ed ingannano lo spettatore convinto di trovarsi di fronte ad
oggetti pesantissimi. La mancanza di una consistenza fisica (l’alluminio si limita a
ricoprire la struttura in legno) li rende poetici e immaginifici.
Materiale a parte, ciò che conta, è l’ambiguità dei significati che il segno assume.
La stella di Ionda con le punte spezzate nasce dall’incontro di forme lineari con i
suoi angoli acuti ed ottusi. L’effetto è di un oggetto interessante da un punto di
vista formale. A seconda della posizione che assume potrebbe prendere le sembianze
di un uccello o di un aeroplano, di un personaggio danzante o, più ironicamente,
di un fantasmino con le mani alzate, non molto distanti dalle caratteristiche
immagini che compaiono nelle opere di Keith Haring.
Tuttavia, se il segno ha una sua vita propria, indipendente dalla volontà del suo autore,
sarebbe un errore decontestualizzarlo. Nella ricerca di Ionda quell’oggetto assume
una precisa funzione e rappresenta la stella decapitata, all’interno di una simbologia
poetica assai efficace, "hanno di nuovo decapitato le stelle e insanguinato il
cielo come un mattatoio" sono i versi di Vladimir Majakovskij che hanno ossessionato
Ionda per lungo tempo sino a diventare la fonte d’ispirazione del suo lavoro.

LUCA BEATRICE

da NEXT Arte e Cultura n. 31 - 1994

Figura chiave è la stella, che pure non subisce il processo di metaforizzazione a cui l’arte e la letteratura di frequente ricorrono.
La stella atterrata al suolo è ora persino corpo goffo e gracile – come l’ Albatro della celebre lirica Baudeleriana - non più astro luminoso e seducente come la immaginiamo in cielo; è stata ritrovata, ammassata ad altri oggetti simili, inscheletrita come fosse un reperto antichissimo o un intuizione futura e per nulla consolante.
L’accumulo quindi crea ulteriore confusione: non soltanto una forza che non è più se stessa, ma anche soffocata e resa muta dalla pochezza di spazio vitale disponibile.
Il piano di lettura dell’opera di Ionda è soprattutto un universo poetico: attento conoscitore della poesia moderna, Ionda sceglie frammenti diversi a dialogare con frammenti di corpi per coglierne sempre lo squarcio lirico immediato, mai il valore di simbolo e di metafora.
C’è in particolare un verso di Majakovskij che Ionda ama ricondurre al suo lavoro: “Guardate: hanno decapitato le stelle e insanguinato il cielo come un mattatoio” Al grande poeta russo è dedicata l’opera “Majakovskij equilibrista” che descrive la consueta stella mutilata come forza araldica su un tessuto di rosso intenso ma spento, come se la forza libertaria ed utopistica fosse stata costretta a perdersi dagli abusi fatti in nome delle ideologie.

PETER SPIELMANN

da FRANCO IONDA, UNTER DEM STERNENBERG - Museo Bochum, Bochum - ed. ESSEGI - 1990

Esponendo le opere di Ionda, il Museo di Bochum torna ad ospitare, dopo molti anni, un artista italiano. In Germania, l’attenzione è stata rivolta negli ultimi anni quasi esclusivamente alla corrente in voga dei Nuovi Selvaggi, concedendo poco spazio ad altri artisti.
Non tanto perché i tedeschi si siano identificati unicamente in essa, quanto piuttosto per la mancanza di informazioni al di fuori di questo ambito. Ho scoperto Ionda grazie al mio collega Peter Porcal. I primi quadri che mi vennero mostrati erano monocromi e meditativi. Fui colpito dal modo in cui era lavorato il colore, la cui stesura accentuava la matericità in senso concettuale. Mi colpì anche la concezione spaziale, espressa nelle prime opere con forme lineari, più tardi con l’accostamento di superfici di colori diversi e al tempo stesso con la diversa elaborazione delle superfici, fino all’inserimento di forme metalliche o tridimensionali.
Caratteristiche che, nelle opere più recenti, giungono a trasformare i quadri in oggetti dalle forme irregolari in rilievo.
Ciò che rimane è il cromatismo, da un lato ottenuto con pittura vera e propria , dall’altro con il materiale di costruzione della superficie: l’alluminio.
Il colore proprio del metallo diventa così mezzo espressivo.
Il percorso di Ionda, dalla pittura informale alle superfici monocrome rigorosamente geometriche, fino alla creazione di opere tridimensionali, segue una logica interna.
Il colore diventa espressione attraverso la matericità, la sua collocazione e il suo valore nello spazio.
Esso attira l’osservatore all’interno dell’opera, lo costringe alla concentrazione, lo invita alla meditazione. Nelle sue opere, Ionda crea modelli di mondi a sé stanti, con un ordine proprio che non opprime e non impone leggi ma libera e ispira.
Ionda sviluppa mondi sempre nuovi, variando tutte le possibilità del sistema, svelando raramente i nessi visibili e creando rapporti sempre nuovi

Andrea B. Del Guercio

da Edizioni Creativa Genova - 1984

Su questa ricca materia affiorano dati diversi e lontani, per lavoro e peso, ma che in questo incontro ottengono nuovo spessore, nuova maturazione e più ricchi significati; una polimatericità informale dalla stratificazione profonda, tipologicamente riferita alla linea italiana, cioè letteraria ed esistenziale.....

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