Dialoghi:
Incontro nel deserto, settembre 1993

 

Amnon Barzel: Ti ho incontrato che stavi guardando il cielo, ricordo che tu raccoglievi
le stelle cadute, decapitate. Nella solitudine tra le tue mura grigie mi hai parlato
di Majakovskij, del suo verso...

Franco Ionda: “Guardate: hanno di nuovo decapitato le stelle e insanguinato il cielo come un mattatoio”.

A.B.: Guardando il cielo, le stelle ti sono capitate tra le mani, ti ho trovato così
a raccoglierle davanti al Muro di Berlino,
a Bochum, nel museo e adesso davanti
a questo cratere causato da un meteorite cento milioni di anni fa. Osservando il cielo
di Majakovskij hai visto le stelle cadere
sul Muro di Berlino, prima della sua caduta.
Hai visto il cielo insanguinato prima della guerra del Golfo e ancora fai stelle decapitate in un clima inquietante e oscuro come quello attuale in Italia, sei un profeta! Ora siamo
nel deserto e tu continui a raccogliere stelle mutilate davanti a questo enorme cratere.

F.I.: Certo, e le disseminerò per tutta la terra,
lo farò, è un’idea fissa, sarà un grande viaggio, saranno sparse dappertutto.

A.B.: Come testimoni?

F.I.: Sicuramente, una testimonianza presente e – chi lo sa – forse anche futura: le guerre
ci sono sempre state e sempre ci saranno. Dunque, finché l’ingiustizia bellicosa non cesserà, le stelle decapitate attesteranno questa condizione, assumendo così un valore propositivo, una fede.

A.B.: Una ricostruzione?

F.I.: Sì, perché no?

A.B.: Si può fare una connessione tra la tua intuizione, la tonsura a forma di stella sulla testa di Duchamp e l’utilizzo della stella come simbolo di energia e di potere politico
che fa Gilberto Zorio?

F.I.: La tonsura è un antico rito che segna l’ingresso nello stato clericale e consiste
nel taglio di cinque ciocche di capelli per simboleggiare la rinuncia al mondo da parte del nuovo chierico. Duchamp nel 1921 pratica la tonsura facendosi tagliare i capelli a forma di stella a cinque punte da Georges De Zayas.
Per Zorio la stella, oltre che fantastica,
è energetica, galleggia nello spazio.
Per Ionda, invece, il cielo è in terra,
 si è rovesciato e le stelle si possono toccare.
La relazione è nella storia stessa, tra gli uomini che mutano i pensieri e i paesaggi.

A.B.: Queste stelle decapitate potrebbero essere angeli o anche nulla di tutto questo. Oppure potrebbero essere “specific objects” come ha detto Donald Judd nel 1965 quando parlava della forma che è una forma:
le tue forme, queste stelle, non simboleggiano
altro che se stesse; hanno una forma riduttiva, minimalista, chiara senza nessuna decorazione. Sono una forma che è una forma e tutte le forme hanno radici.
Dal punto di vista di queste forme lineari
e angolari queste stelle recano le caratteristiche delle costruzioni moderniste dell’architettura del XX secolo. Cosa ha
a che fare il tuo lavoro con tutto questo?

F.I.: Questa forma, la stella decapitata
con i suoi angoli ottusi e acuti, assume
un dinamismo filosofico, sentimentale
ed essenziale, sostanzialmente poetico.
Il XX secolo è un’incredibile eredità ricca
di contraddizioni: da una parte grandiosi progetti per l’umanità intera e dall’altra – purtroppo – guerre e distruzioni, nefandezze e genocidi.
Io sono per la cultura della costruzione, dell’entusiasmo, della lotta per il rinnovamento, per una cultura che vuole parlare, comunicare forti sensazioni,
che costruisce queste forme essenziali
e dirette, semplici ma complesse al tempo stesso, per una cultura che obbedisce all’impulso irresistibile della comunicabilità dell’amore.

A.B.: Allora la poesia ha utilizzato le stelle come una visione, un emblema universale, collegando sentimenti di delusione poiché
le stelle sono cadute. Per la scienza tutto
è chiaro, le stelle sono un fatto scientifico, misurato, e le persone hanno perso la stella come simbolo mistico.
La stella può essere anche una lettera
nel linguaggio dell’energia.
Queste tue stelle decapitate, queste tue forme riduttive sono dentro la tua poesia, quando
tu le raccogli per creare qualcosa che non esiste sono mattoni per una nuova arte,
per un’utopia sociale, sono un senso del dire. Nel tuo lavoro non si può tagliare il legame della memoria della storia dell’arte:
è la volontà di creare che dà un senso
più profondo alla forma stessa.
Questa ortodossia del minimalismo,
del modernismo, collegata con il tuo lavoro
è sterile, soprattutto visto il tuo interesse
e le tue emozioni nei confronti delle situazioni socio-politiche; il tuo lavoro è sempre legato
a queste emozioni.
Si può dire che la spina dorsale dell’arte italiana, l’arte povera dagli anni Sessanta
a oggi, ha parlato della materialità,
non della forma, ma della materia stessa…

F.I.: Parliamo di luce! Parliamo di luce. Stavo riguardando proprio in questi giorni
dei disegni e il lavoro in generale di alcuni anni fa, uno studio fatto sulla luce. “È la luce
che crea la forma” credo di aver letto in Ecrits et propos sur l’art  di Matisse.
Rimasi colpito; avevo bisogno di riflettere
su ciò che avevo appena letto; la frase conteneva per me qualcosa di molto profondo, mistico; fu uno stimolo a ricercare l’essenza delle cose. Dovevo capire; presi perciò a disegnare ogni tipo di oggetti
e ciò che mi ossessionava era questa luce
che dà forma alle cose, le rende apprezzabili, reali, esistenti, leggere, e proprio questa leggerezza corrispondeva a un sentimento
di liberazione. La luce era la mia immagine,
la mia esistenza che doveva avere
significati che andavano oltre a quelli
di una vita fatta solo di materia. Tutto
il periodo di quell’intenso studio fu come
una lunga terapia; quello fu l’inizio
della conoscenza di me come persona.

A.B.: La vita è terapia della vita stessa,
quindi la vita è una terapia contro la morte. Quando si fa un disegno sulla carta,
 per esempio un cerchio, lo spazio dentro
il cerchio diventa luce. Nel tuo lavoro, quando disegni la stella decapitata, all’interno
della forma tu copri la carta con la grafite
e con la vernice metallica, creando così
una superficie che riflette.
Poi prendi il metallo, l’alluminio,  disegni
la stessa forma e la tagli, rendendola
un oggetto reale, una scultura che riflette.
Quello che tu disegni e dipingi sulla carta bidimensionalmente e quello che costruisci con l’alluminio sono lo stesso materiale:
uno è fissato sulla carta, l’altro è libero.
Questa metamorfosi materica permette
alla forma tagliata dal metallo di essere collocata in ogni luogo e supporto. I tuoi disegni sono sculture attaccate sulla carta; mentre sulla carta rimangono illusorie,
in metallo diventano reali.
È possibile che in questi disegni di stelle decapitate tu ponga una questione,
una domanda sulla natura del disegno,
forse la possibilità di liberarlo dal supporto.

F.I.: Dal grande lavoro su carta intelata
Sotto il monte di stelle del 1990, disegnato
e dipinto, il lavoro è progredito proprio
nella direzione da te descritta e questa liberazione del disegno dal supporto l’ho vissuta interiormente; penso a un processo
di identificazione con queste forme, un’integrazione tra me e le forme
che costruisco, stelle, angeli, chiodi:
io e le forme siamo un’unica materia,
un’unica parola.

A.B.: Queste stelle sono i tuoi segni, le raccogli nella tua immaginazione: testimoniano
la tua presenza, la tua esistenza; sono
una forma e, una volta decapitate, possono essere angeli, ma non più gli angeli che hanno impedito ad Abramo il sacrificio del figlio Isacco: i tuoi angeli sono decapitati,
non possono più fermare il sacrificio.
È un senso molto importante del tuo lavoro:
da sempre i cieli sono insanguinati e anche
la terra.
Nei tuoi angeli vedo una richiesta, quella
di fermare questo fratricidio. È il grido
di una persona del nostro tempo.
L’ossessione per queste forme, stelle, chiodi…

F.I.: Già, i miei chiodi in alluminio!

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